La polizia federale belga ha avviato un’indagine nei confronti dell’ex primo ministro e storico eurodeputato Guy Verhofstadt, su richiesta della Procura europea (EPPO). Anche l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) è coinvolto nell’inchiesta, che riguarda le modalità con cui Verhofstadt supervisionava gli stagisti durante il periodo in cui era presidente del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE).

L’indagine, riferita per la prima volta dal settimanale belga Knack, è iniziata all’inizio di quest’anno e riguarda il periodo compreso tra il 2009 e il 2019. Al momento non è stata formulata alcuna accusa specifica e Verhofstadt non è stato formalmente interrogato.

Christine Mussche e Quinten De Keersmaecker, avvocati dell’ex eurodeputato, hanno dichiarato a Knack che l’OLAF aveva richiesto informazioni esclusivamente sulla supervisione di alcuni stagisti. Hanno sottolineato che Verhofstadt, in qualità di presidente del gruppo, non era personalmente coinvolto nella supervisione quotidiana oggetto dell’indagine.

“Verhofstadt non è ancora stato interrogato e, in questa fase, non è stata formulata alcuna accusa specifica nei suoi confronti. Sta collaborando pienamente”, hanno dichiarato gli avvocati, aggiungendo che ha fornito i chiarimenti richiesti con la massima trasparenza.

La Procura europea ha rifiutato di commentare la vicenda. La portavoce Tine Hollevoet ha precisato che l’istituzione non commenta le indagini in corso né conferma quali procedimenti stia gestendo, al fine di tutelare l’integrità delle procedure. La Procura federale belga non ha risposto alle richieste di chiarimento.

Sotto esame l’utilizzo delle risorse parlamentari e i precedenti

Le questioni relative al corretto utilizzo delle risorse del Parlamento europeo destinate ad assistenti e stagisti hanno attirato ripetutamente l’attenzione negli ultimi anni, creando un contesto più ampio per indagini di questo tipo. Le norme europee destinano rigidamente i fondi alle attività parlamentari a Bruxelles e Strasburgo, ma nella pratica si è rivelato difficile distinguere tra il legittimo supporto all’attività parlamentare e le attività legate ai partiti.

Casi di alto profilo che hanno coinvolto altri esponenti politici hanno evidenziato la delicatezza di queste distinzioni e il potenziale protrarsi dei procedimenti giudiziari. La candidata alle presidenziali francesi Marine Le Pen e alcuni esponenti del Rassemblement National sono stati condannati per un sistema attraverso il quale milioni di euro di fondi del Parlamento europeo destinati agli assistenti parlamentari sarebbero stati utilizzati per pagare personale che lavorava principalmente per il partito in Francia tra il 2004 e il 2016.

I tribunali hanno rilevato l’esistenza di contratti fittizi e di assistenti che svolgevano un’attività parlamentare minima o addirittura inesistente. Dopo una prima condanna e successive decisioni in appello, Le Pen si è vista infliggere una pena modificata, comprendente una condanna a una pena detentiva sospesa e un periodo più breve di interdizione dai pubblici uffici, mentre ha continuato a intraprendere ulteriori azioni legali.

Un’indagine distinta riguardante l’ex primo ministro francese François Bayrou e il partito MoDem ha esaminato il presunto utilizzo improprio di circa 300.000 euro di fondi destinati agli assistenti parlamentari, tra il 2005 e il 2017, per finalità di partito. I pubblici ministeri hanno sostenuto che tali pratiche fossero sistematiche e organizzate dalla leadership del partito, chiedendo per Bayrou, nel corso del procedimento d’appello, una pena detentiva sospesa, una multa e un’interdizione temporanea dai pubblici uffici, anche dopo una precedente assoluzione pronunciata in applicazione del principio del dubbio.

Questi precedenti evidenziano le difficoltà che gli investigatori devono affrontare nel valutare se il personale o gli stagisti fossero realmente impegnati nelle attività del Parlamento europeo oppure fossero stati destinati a svolgere attività per i partiti nazionali.

Nel caso di Verhofstadt, l’indagine si trova ancora in una fase iniziale, concentrata sulla raccolta di informazioni piuttosto che sulla formulazione di accuse formali, e il suo team legale ha sottolineato l’assenza di un coinvolgimento personale nelle specifiche modalità di supervisione oggetto di verifica.

Una carriera segnata dalla leadership belga e dall’impegno per l’Europa

Guy Verhofstadt rimane una delle figure belghe più riconoscibili sulla scena europea. È stato primo ministro del Belgio dal 1999 al 2008, guidando il Paese durante un periodo di riforme economiche e istituzionali.

Dopo aver lasciato la politica nazionale, è entrato al Parlamento europeo nel 2009, diventando rapidamente presidente del gruppo ALDE, posizione che ha ricoperto per un intero decennio. Durante questo periodo è diventato uno dei principali sostenitori di una maggiore integrazione europea e un acceso critico del nazionalismo.

Dopo il referendum del Regno Unito del 2016, ha ricoperto il ruolo di uno dei principali rappresentanti del Parlamento europeo nei negoziati sulla Brexit, partecipando frequentemente a dibattiti pubblici e programmi televisivi come strenuo difensore del progetto europeo.

Verhofstadt ha concluso la sua carriera parlamentare nel 2024. Attualmente è presidente dell’European Movement International, un’organizzazione impegnata nella promozione dell’integrazione europea e della partecipazione civica in tutto il continente.

Nel corso della sua carriera ha costruito l’immagine di un convinto federalista, sostenendo spesso la necessità di istituzioni comuni più forti e di una maggiore trasparenza all’interno degli organismi dell’Unione europea. L’attuale indagine riguarda pratiche amministrative risalenti al periodo in cui era alla guida del gruppo parlamentare, e non i suoi incarichi successivi o la sua attività di advocacy a favore dell’Europa.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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